N.21 - 29 Settembre 2005

L'astrolabio, computer del Rinascimento
(Giuseppe Nobile)

Se ne sta lė a fare bella mostra di sč, protetto dal cristallo di una vetrina al museo. Basta un raggio di luce per accenderlo di mille riflessi dorati, enigmatico e meraviglioso al tempo stesso. Attrae inesorabilmente per il suo colore, per le sue forme complesse e misteriose, per i caratteri finemente incisi che contiene, attrae e stupisce anche il visitatore che non conosce l'Astronomia e la sua storia. È l'astrolabio, il più raffinato tra gli antichi strumenti della scienza dei cieli. Mentre lo sguardo non riesce a staccarsi da quello strano oggetto, lo stupore del visitatore aumenta imparando pian piano la sua storia. È una storia complessa e affascinante, che dimostra con quanto ardore i nostri lontani antenati desiderassero comprendere i moti dei corpi celesti.

L'astrolabio di Habermel
Le origini dell'astrolabio si perdono nella Grecia classica. Hipparchus, che nacque a Nicaea nell'Asia Minore intorno al 180 a.C., definì con precisione la teoria su cui si basa la costruzione dello strumento. La proiezione stereografica utilizzata nell'astrolabio vide in Tolomeo il suo massimo interprete, anche se non si sa quando essa venne applicata di fatto nella realizzazione di questo strumento. I primi astrolabi comparvero nel mondo islamico nell'VIII secolo d.C. grazie alla traduzione di testi greci; i più antichi oggi esistenti, risalenti al X secolo, appartengono al mondo arabo nel quale ebbero una notevole diffusione, in quanto oltre ad essere capaci di indicare l'ora del giorno, potevano essere utilizzati per individuare la direzione della Mecca.

Dall'Islam l'astrolabio giunse in Europa attraverso l'Africa mediterranea e si diffuse nella cultura europea a partire dai monasteri cristiani della penisola iberica settentrionale. L'età d'oro dell'astrolabio europeo si estende dal XIV al XVI secolo d.C. Esperti maestri seppero creare strumenti splendidi, che oltre all'alto valore scientifico possedevano anche uno straordinario fascino artistico, costituivano insomma delle vere e proprie opere d'arte. Ottone, oro, rame, argento, erano i materiali più utilizzati, finemente cesellati a mano dall'autore in incisioni, decori e scritture scolpite di grande pregio.

Da Gemma Frisius e Gualterus Arsenius di Lovanio, da Erasmus Habermel di Praga a Georg Hartmann di Norimberga, per citare i più famosi, seppero interpretare la teoria matematica dell'astrolabio in oggetti che sono ancora oggi irripetibili opere d'arte giunte fino a noi quali testimoni dell'epoca favolosa e contradditoria che fu quella a cavallo tra Medioevo e Rinascimento. Un'epoca nella quale astronomia e astrologia si confondevano ancora ed erano lontani i tempi in cui la prima avrebbe definitivamente rifiutato la seconda.

Sebbene l'astrolabio venisse utilizzato anche per fini astrologici, la conoscenza delle posizioni nel cielo dei pianeti e del Sole permessa dallo strumento era necessaria per creare gli oroscopi, il suo valore nel complesso calcolo astronomico è indiscutibile. Non è questa la sede per una trattazione approfondita della teoria dell'astrolabio, esistono ottimi testi in proposito, tuttavia penso valga la pena spendere qualche parola sulle parti che lo compongono.

L'astrolabio, letteralmente "cercatore di stelle", è una rappresentazione piana di una sfera armillare. Esso simula la rotazione apparente della sfera celeste attorno alla Terra, rispetto ad una determinata latitudine, e permette di stabilire la posizione relativa delle stelle in un dato momento. La parte che forma il corpo vero e proprio dello strumento è chiamata "madre". Essa è una lamina rotonda con un bordo rilevato e presenta lungo la circonferenza esterna un supporto chiamato "throne" a cui è fissato un anello che serve per sostenere lo strumento con la mano in posizione verticale durante l'uso. La "madre" che ha un diametro variabile mediamente tra i 10 e i 30 centimetri contiene il "timpano" e la "rete".

Le parti di un astrolabio
Il "timpano" è una piastra rotonda che rappresenta una proiezione stereografica della sfera celeste sul piano dell'equatore. La proiezione stererografica ha una proprietà interessante: cerchi e angoli sulla sfera celeste sono riportati come tali anche sulla proiezione, fatto molto comodo in astronomia nella quale le posizioni degli astri si misurano comunemente in angoli lungo cerchi. Un'altra particolarità della proiezione stereografica è quella di mostrare la sfera celeste come se fosse vista dall'esterno, nella stessa maniera in cui è raffigurata sui globi celesti.
Sul "timpano" dell'astrolabio sono disegnati i cerchi propri della sfera celeste, ossia i tropici, l'equatore e l'orizzonte con le relative coordinate: i cerchi per le altitudini, chiamati dall'arabo "almucantars", e gli archi per gli azimuts. Ogni "timpano" - nel tipico astrolabio planisferico - è disegnato per una sola latitudine.

La "rete", un complicato motivo di linee curve intrecciate in metallo, riproduce l'eclittica e la posizione delle principali stelle del cielo, fino ad una sessantina negli astrolabi più grandi, e ruota sopra il "timpano" per simulare il movimento diurno della sfera celeste. La "rete" è la parte dell'astrolabio nella quale più di ogni altra gli autori si sono sbizzarriti per varietà di forme e di strutture, creando a volte degli autentici capolavori. Infine l'"alidada" è un indicatore mobile a forma di piccola barra con un mirino per misurare l'altezza degli astri.

Ecco in sintesi le parti principali dell'astrolabio, strumento complesso e meraviglioso, vero computer analogico del Rinascimento. Se vi capita di passare nei pressi di Firenze non mancate una visita al Museo di Storia della Scienza sulle rive dell'Arno. Vi si trova una delle più importanti collezioni di astrolabi del mondo. Quando li avrete davanti, a pochi centimetri dai vostri occhi, lasciateli parlare: eludendo per un istante l'insormontabile barriera del tempo, vi racconteranno di un'epoca lontana e degli uomini che la distinsero, desiderosi come noi di capire come funziona il mondo. Se siamo arrivati fin qui, nel lungo cammino della conoscenza, lo dobbiamo anche a loro.





© Cassiope@