Febbraio 2001
Vulcani extraterrestri
(Rosa M. Mistretta)

Hanno il nome del Dio del Fuoco. La loro attività si è rivelata cruciale nel processo di formazione della Terra: possono creare enormi fiumi incandescenti, agire termicamente sull'atmosfera, sommergere di cenere un'isola, generare ondate d'acqua e di lava.

Il fenomeno è analogo per altri mondi del Sistema Solare?

La convinzione che l'unico corpo del Sistema Solare geologicamente attivo, in altre parole con un'intensa attività tettonica e vulcanica, fosse il pianeta Terra è scomparsa nella primavera del 1979 quando la sonda Voyager 1 passò a meno di 20 mila chilometri da Io, uno dei quattro satelliti galileiani di Giove.

Senza dubbio, il paesaggio osservato per la prima volta dal Voyager 1 fu al di là di qualsiasi immaginazione: invece dei crateri da impatto meteorico, comuni tra i corpi del Sistema Solare, la superficie di Io era butterata da crateri vulcanici!

Le immagini pervenute da Io mostrano un mondo infernale: eruzioni, distese desolate di colore giallo dove le montagne si sollevano e si abbassano, all'incirca quotidianamente, anche di oltre 90 metri, caldere con imponenti colate di lava, pennacchi di gas velenosi, a forma d'ombrello, alti centinaia di chilometri che appaiono come zone luminescenti.

Eruzioni su Io
Le sfumature rosso-arancione di questa luna si distinguono nettamente dal colore grigio-neutro degli altri satelliti. La sua superficie, tormentata da ben 80 vulcani, appare, infatti, a chiazze gialle, brune e rosse: i colori dei minerali a base di zolfo. Inoltre, i gas e le polveri lanciati in orbita dalle eruzioni conferiscono al satellite un bagliore giallastro.

Che cosa succede, invece, sugli altri corpi del Sistema Solare?

La superficie dei pianeti rocciosi, dei loro satelliti e dei corpi minori è disseminata di crateri da impatto, dovuti alla collisione di meteoriti vaganti nello spazio. Ma ci sono alcune eccezioni.

La superficie del pianeta Marte, nel corso della sua storia geologica, non è stata interessata solo da impatti meteorici, ma anche da un'antica attività vulcanica. Marte possiede, infatti, il più grande vulcano a scudo del Sistema Solare: il Monte Olimpo, largo 600 chilometri e alto 26 chilometri!
I flussi di lava del Monte Olimpo risalgono approssimativamente a un'età compresa tra i 20 e i 200 milioni di anni e rappresentano, forse, l'ultimo respiro del pianeta Marte.

I vulcani a scudo giganti di Marte, i più grandi di tutto il Sistema Solare, sono molto giovani: si sono formati tra 1 e 2 miliardi di anni fa, dunque ben dopo la nascita del Sistema Solare avvenuta circa 4,5 miliardi di anni fa.

La caldera del Monte Olimpo
Sulla superficie del "pianeta rosso" sono presenti altri grandi edifici vulcanici, apparentemente inattivi, assai più alti dei maggiori vulcani terrestri.
Sono soltanto vecchi crateri, alcuni con tracce d'erosione, altri circondati da colate fangose, indice di smottamenti di fango impregnati d'acqua.

Il vulcanismo marziano è stato generato da "punti caldi", fessure che permisero al calore interno del pianeta di raggiungere la superficie, ma che si esaurirono, sembra, con il graduale raffreddamento dell'interno del pianeta stesso.

Nonostante l'impenetrabilità misteriosa, anche sulla superficie del pianeta Venere sono state rinvenute tracce di vulcanismo estinto. Soltanto con il potente radar della sonda Magellano è stato possibile eseguire studi dettagliati del suolo, resi difficili dalla coltre nuvolosa opaca che circonda completamente il pianeta.

Venere, infatti, è nascosto da un'atmosfera di anidride carbonica e da dense nubi composte da acido solforico. La spessa nebulosità, per effetto serra, innalza la temperatura della superficie del pianeta fino a 482 C, rendendola paradossalmente più calda di quella di Mercurio, il pianeta più vicino al Sole. Per Venere, come per Marte, i vulcani sono probabilmente associati a "punti caldi", analoghi ai "punti caldi" terrestri che hanno dato origine ai vulcani delle Hawaii o a quelli della zona di Tharsis su Marte. Un esempio peculiare è il vulcano a scudo Monte Sif, di 300 chilometri di diametro, sulla cui sommità è stata rilevata una formazione tipo caldera del diametro di 40-50 chilometri.

I monti Sif e Gula su Venere
Dal pianeta più caldo passiamo al più freddo, ai confini del Sistema Solare. Tritone, nella mitologia greca figlio di Poseidone (Nettuno), dio del mare, è il più grande degli otto satelliti del pianeta Nettuno. È un freddo mondo, lontano dalla nostra stella 30 volte la distanza Terra-Sole.

È stato esplorato per la prima volta dalla sonda Voyager 2 il 25 Agosto 1989.
È il corpo celeste più freddo del Sistema Solare: al suolo raggiunge la temperatura di -235 C. Le strutture più interessanti della sua superficie, ricoperta di ghiaccio per il 25% e per il resto da materiale roccioso, sono rappresentate dai vulcani ghiacciati.

Le eruzioni, costituite probabilmente da azoto liquido, da polveri e da composti di metano provenienti dall'interno del satellite, si suppone siano provocate dal riscaldamento stagionale dovuto al Sole. Infatti, l'energia solare, riscaldando le riserve sotterranee di azoto liquido che alimentano i geyser superficiali, provoca la violenta espulsione dei gas. In una delle immagini riprese dal Voyager 2 si può osservare uno spettacolare pennacchio che si innalza sulla superficie di 8 chilometri: probabilmente è un'eruzione tipo geyser di azoto.

Geyser su Tritone





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